Se noi politici seguissimo l’esempio di don Guanella

Questo discorso è stato pronunciato oggi dal ministro Mara Carfagna in occasione dell’inaugurazione della mostra “E’ Dio che fa: il Beato don Luigi Guanella”, presso la Camera dei deputati, si è svolto alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini, il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, il vicepresidente del Pd Enrico Letta, il parroco della Parrocchia Santa Maria della Provvidenza di Napoli, don Aniello Manganiello e il presidente del Centro culturale Veritas e Virtus semper, don Mariolino Mapelli.

Vorrei iniziare questo mio breve intervento raccontando un aneddoto della vita di Don Guanella. Come sappiamo, gli inizi dell’attività di Don Guanella furono difficili e spesso segnati dall’incomprensione, dato che intraprendeva molte attività senza preoccuparsi dei mezzi necessari per portarle avanti. Anche i suoi superiori lo consigliavano di non prendere impegni troppo onerosi. Don Guanella tuttavia vedeva le necessità di tanti poveri infelici e cercava ogni via per dare loro ristoro. Il vescovo di Como, quando lo sentiva esporre i suoi progetti audaci, non si stancava di raccomandargli prudenza. Ed un giorno un insegnante di teologia, sentendo le accorate raccomandazioni del Vescovo, disse: “Ricordate, Don Luigi, che la prima virtù è proprio la prudenza”. Ma Don Guanella risposte: “Invece io ricordo benissimo, professore, che quando c’insegnavate teologia, ci dicevate con sicurezza che la prima virtù è la fede!” Ecco: ho voluto raccontarvi uno di quei tanti aneddoti della vita del Beato lombardo, che sottolineano quanto sia stato uomo di fede, di carisma e di coraggio.

Questa mostra a Lui dedicata diventa un’occasione per fare alcune riflessioni sull’importanza della fede e dell’opera ecclesiale e per soffermarci su quanto ancora possano e debbano incidere le opere e le parole del Beato sulla vita di tutti i giorni.

Vorrei sottolineare la figura di Don Guanella prendendo spunto proprio dalla frase scelta a titolo di questa mostra: “è Dio che fa, noi siamo solo strumenti della Provvidenza”; frase tanto amata dal prete e che ne evidenzia la totale dedizione alla Carità e alla Fede. Dicendo così, infatti, si comprende quale sia l’unità di misura da lui utilizzata: quella fede invincibile nel Fare divino, a paragone del quale l’uomo è piccolo, impotente, senza capacità e senza fili. Non a caso, nel corso della solenne Beatificazione del prete, Paolo VI lo definì “burattino della Provvidenza”. E questa frase, “è Dio che fa” nasconde un profondissimo significato: Dio ci mette accanto alle persone che hanno bisogno del nostro aiuto per darci l’opportunità di fare qualcosa per loro e quindi di assaporare la gioia di esistere al servizio degli altri fratelli. In questo sta la grande capacità da parte di don Guanella di comunicare il messaggio che anche nella sofferenza c’è gioia e che gli uomini che nulla fanno per gli altri uomini non riescono a gustare l’essenza della vita.

Eccoci allora innanzi ad una mostra “ragionata” fin dal titolo, che articola il suo percorso in base a quello che è stato il percorso seguito dal prete: l’educazione dei giovani, l’inclusione dei diversamente abili, la risposta ai bisogni dei fratelli poveri e soli. Nel momento storico che stiamo attraversando, in cui è particolarmente critica la capacità di educare e di ascoltare i giovani ed i bisognosi, rivolgiamo uno sguardo carico di speranza all’opera di un uomo che si è fortemente battuto contro l’indifferenza e contro le ondate atee e anticlericali di fine Ottocento. Osservando la mostra, viene dunque da chiedersi: quanto c’è ancora di attuabile nelle parole e nel cammino seguito da un uomo vissuto più di cento anni fa? La risposta è: tutto. Anzi: la voglia di aiutare il prossimo, l’urgenza di fare, l’anelito di stare accanto a chi è ai margini della società, dovrebbero modellare la vita giornaliera di ciascuno di noi. Perché don Guanella vedeva al di la delle apparenze. Vedeva con quello sguardo che, se solo avessimo tutti, renderebbe questo mondo un mondo migliore, senza discriminazioni e senza diversità.

Permettetemi un esempio su tutti. Quelli che noi chiamiamo diversamente abili, lui li chiamava “buoni figli”, vedendo in loro non solo un’opportunità per fare del bene, ma addirittura un “seme d’ogni eletta virtù”, “un barlume di capacità e di conoscenza”. Don Guanella ne favorì la crescita creando per loro laboratori dove imparare un mestiere col quale inserirsi nella società, in una logica secondo cui tutti sono utili, tutti sono tasselli importanti dell’ingranaggio. Pur essendo molto attento alle opere di suoi contemporanei, come la Montessori o De Sanctis, non scrisse manuali di pedagogia, ma fu in grado di creare un’opera educativa forte, in grado di coinvolgere il corpo, la mente e l’anima della persona bisognosa. Ecco l’eredità di Don Guanella.

In alcune delle numerose “Case della Carità”, sparse ormai in ogni continente, si compie ancora oggi un piccolo miracolo. Infatti, alcuni reparti sono nascosti alla visuale di chi proviene da fuori, per la particolare sofferenza, talvolta atroce, di coloro che vi sono ospitati. Ma i muri di questa divisione sono solo apparenti: giornalmente abbattuti da chi è in grado di condividere le sofferenze, con animo allegro, con il sorriso. Mi riferisco in particolare alle due congregazioni religiose che ha fondato: i Sacerdoti fratelli Servi della Carità e le Suore Figlie di Santa Maria Provvidenza, nonché al Movimento Laicale Guanelliano, diffuso capillarmente in tutta Italia. Grazie a tutti loro, ogni giorno, si compiono quelle “opere grandi” che glorificano l’uomo, quella carità che rende i cuori liberi e nobili.

Ed infine vorrei ricordare l’opera di chi ha deciso di applicare il percorso pedagogico guanelliano a favore dei giovanissimi, con lo stesso spirito polemico e lo stesso atteggiamento quasi di sfida che aveva don Guanella nel confronti delle sopraffazioni e della violenza. Mi riferisco a quanto compiuto da preti di frontiera come don Aniello Manganiello, parroco della chiesa di S. Maria della Provvidenza della città di Scampia. Proprio nel quartiere dedicato a don Guanella, Don Aniello Manganiello – col quale ho spesso collaborato come Ministro per le Pari Opportunità – applica il famoso motto guanelliano “pane e Signore” per soccorrere non solo quei ragazzi che sono poveri di pane, ma anche, e soprattutto, quei ragazzi avvolti dal nichilismo della camorra: poveri di coraggio, poveri di fede, poveri di futuro.

In definitiva quindi, tutti dovremmo essere eredi del Beato prete. Anche chi fa politica dovrebbe avere la capacità di guardare ogni giorno i bisogni degli altri, con sguardo caritatevole e voglia di fare. Se noi politici seguissimo l’esempio di don Guanella, probabilmente saremmo meno attratti dalla gestione del potere e più attenti al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini. Vorrei concludere ricordando quindi le parole usate da chi Don Guanella non solo l’ha conosciuto, ma ne è stato amico e seguace, dopo essere stato uomo di scienza e medico: padre Agostino Gemelli.

Illuminato dall’incredibile capacità di agire del prete, Padre Gemelli ricorda così Don Guanella: “raccoglie quelle creature che la stessa scienza rifiuta. Umilmente e semplicemente supera i pregiudizi orgogliosi degli uomini e si giova di due possenti strumenti di lotta: la fede ed il lavoro. Un uomo santo e un’opera come la sua sono tra le massime manifestazioni di santità del nostro tempo”. Mi auguro che quell’umiltà e quello spirito combattivo coi quali Don Guanella ha restituito dignità alla persona umana possano divenire per tutti noi un esempio da seguire, per rendere i nostri cuori liberi e capaci di indossare quella che lui definiva “la divisa di medico, di fratello, di amico” grazie alla quale percepire l’amore del Padre in ciascuno di noi.