Se la politica non è ascolto, allora non è

Volti, tanto calore, strette di mano. Storie, soprattutto, le più disparate. Perché se la politica non è ascolto, guardarsi negli occhi, conoscere i problemi, allora non è. Della campagna elettorale appena conclusa, quella delle Regionali che mi ha visto impegnata in Campania, nella mia terra, ricorderò soprattutto i volti. La riscoperta di persone che nell’ombra lavorano per il bene degli altri, dentro e soprattutto fuori le istituzioni nei luoghi dove c’è più bisogno, dove vivono “gli ultimi”. E ce ne di tutti i tipi, sacri e profani. Dalla palestra di un judoka come Pino Maddaloni a Scampia, alle opere caritatevoli dei Guanelliani e delle loro “case di carità”, alle tantissime attività della Compagnia di Opera come il Banco Alimentare di Mercato San Severino e di decine di onlus. Quando mi hanno chiesto di candidarmi per il Consiglio regionale, non ci ho pensato nemmeno un minuto, ho detto subito si, presentarsi davanti agli elettori, prima e dopo le elezioni, è innanzitutto un modo per mettere in discussione se stessi e il proprio lavoro. Da Ministro, avendo l’onore e la fortuna di guidare un Dicastero così “trasversale” e vicino ai problemi reali delle persone, ho cercato di non trascurare nessuno, nemmeno una categoria.

Ci siamo occupati delle donne e della loro sicurezza, dei problemi – troppi, ancora – che le mamme lavoratrici incontrano dentro gli uffici, nelle fabbriche. E dei bambini, i più indifesi, ancora troppe volte trascurati, futuri uomini che sarebbero condannati ad un destino già scritto se sulla loro strada non incontrassero volontari, uomini di Chiesa, associazioni, gente insomma, di buona volontà. Tutti loro – non proprio tutti, certo, ma una nutrita rappresentanza – li ho visti in faccia negli ospedali di Napoli e della sua periferia, ai mercatini dei rioni, davanti ai bar dove si riunivano per prendere, come da tradizione, il caffè. Nei piccoli Comuni, pure, dove magari trovano una piccola folla sulle strade ad attendermi. Non perché fossi io, Mara Carfagna, sia chiaro, ma perché in quell’auto che mi portava da loro intravedevano un piccolo segno di attenzione da parte dello Stato che, per troppi anni, ha trascurato di compiere il proprio dovere, lasciando campo libero all’anti – Stato, la criminalità organizzata. E a tutta la “spazzatura” che sappiamo.

Quello stesso schifo nel quale sono finite, magari pensando di non avere altre possibilità, le 180 donne che ho conosciuto nel Carcere femminile di Pozzuoli. Sono uscita dal vortice della delinquenza, stanno espiando le proprie colpe dietro a quelle sbarre e, nel frattempo, producono un caffè che ho avuto il piacere di assaggiare. Mi auguro di ritrovarle presto, fuori di lì, e che abbiano la possibilità di ricominciare a vivere onestamente, senza che, come purtroppo ancora capita, penda su di loro, il “marchio dell’infamia” di essere state detenute. Perché noi tutti, compreso chi ha la responsabilità di gestire un’attività e quindi può offrire lavoro, non dobbiamo mai dimenticare l’importanza e la forza del perdono. Forse è anche un merito loro, delle persone che ho conosciuto in questi mesi, se le urne, il 29 marzo mi hanno regalato un risultato importante: 55.881 referenze personali. Un record di questa tornata elettorale che, per me, significa ovviamente una grande soddisfazione, la conferma che questi due anni di governo non sono stati sprecati, ma anche una enorme responsabilità. Quella di impiegare tutte le energie che posso per far sì che lo Stato, le istituzioni, gli enti locali, sostengano il più possibile gli ultimi e i loro – tanti – benefattori.

Tratto da Tempi