Perché dire sì allo scambio tra meno incentivi e meno tasse

Oggi il quotidiano economico “il Sole 24 Ore” ospita, in prima pagina, una lettera che porta la firma di Maurizio Lupi, Luigi Casero, Raffaele Fitto, Raffaello Vignali e mia.

E’ il percorso che abbiamo avviato a favore delle famiglie, dei giovani e delle imprese, perché è da loro che parte il rilancio del nostro Paese.

Perché dire sì allo scambio tra meno incentivi e meno tasse

il Sole 24 ore – 18 ottobre 2012

Gentile Direttore,
la crisi che il nostro Paese sta attraversando non è solo economica, ma evidentemente anche una crisi di valori. Basta, per capirlo, lo spettacolo immorale che buona parte della politica sta dando di sé e che quotidianamente e impietosamente ci viene raccontato dai media.
La prima vera e grave conseguenza di questi scandali è l’allontanamento degli elettori dalla politica.

Non ci interessa qui esprimere un giudizio su chi cavalca demagogicamente questo stato di cose, quanto piuttosto rispondere alla sfida lanciata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha parlato della necessità impellente di un “rilancio morale”.

La realtà, soprattutto in periodi di crisi, ci provoca a un cambiamento, a mettere cioè in discussione ciò che ritenevamo diritto acquisito e che in realtà era invece solo una posizione di rendita. In questo senso la coraggiosa proposta del presidente di Confindustria offre un’importante indicazione di metodo. Dice, in sintesi, Giorgio Squinzi: per far ripartire l’economia (cioè il benessere diffuso dei cittadini) bisogna diminuire le tasse; bene, le imprese sono pronte a rinunciare agli incentivi in cambio di una riduzione immediata della pressione fiscale. Al di là del merito tecnico, è una proposta che indica l’assunzione di responsabilità e del rischio che questa comporta in vista di un bene comune. Dispiace che la legge di stabilità finanziaria approvata dal governo non l’abbia minimamente tenuta in considerazione.

Dopo un anno di politica di rigore che abbiamo responsabilmente sostenuto, la legge di stabilità offriva l’opportunità di dare una prospettiva ai sacrifici richiesti ai cittadini. Lealmente abbiamo appoggiato il governo Monti; altrettanto lealmente, volendo continuare a sostenerlo, dobbiamo dire che questa opportunità è stata mancata. Il rigore non può essere fine a se stesso.
Deve avere una direzione, che non può essere solo quella del pareggio di bilancio, che pure abbiamo votato perché diventasse una norma costituzionale.

Di fronte ai rischi di un decentramento realizzato male e che invece delle sue potenzialità ha mostrato il lato peggiore dela libertà nel gestire risorse pubbliche, quello dilapidatorio sconfinato spesso e volentieri nel furto, l’indicazione che emerge da questa legge è il ritorno a un modello che già sappiamo avere fallito in passato: il centralismo statale con tutto il suo corredo di burocratismo. Che qualcuno, anche più di qualcuno, usi male della libertà non è un buon motivo per revocarla a tutti.

La politica deve avere il coraggio di ripensare l’organizzazione dello Stato in modo che sia più efficiente e vicino ai cittadini senza rinunciare alla conquista del principio di sussidiarietà. Non siamo così immemori da aver già dimenticato i guasti del centralismo.

Per questo motivo noi faremo il possibile per cambiare questa legge ritenendo che assumerci questa responsabilità non sia, come facilmente si dirà, una sfiducia al governo Monti, a il modo più serio per spingerlo a continuare, dopo l’opera di risanamento dei conti pubblici, nel rilancio dell’economia e nella crescita.

L’obiettivo di fondo della legge di stabilità finanziaria deve essere il sostegno alle tre direttrici di una possibile ripresa economica; impresa, famiglia e giovani.
L’interlocutore di questa legge, invece, è un cittadino concepito genericamente. Non interloquire con le piccole e medie imprese, con le famiglie e con i giovani è un modo non solo per non sostenere questi soggetti, ma, seppure involontariamente, per danneggiarli.

Faremo, quindi, una battaglia parlamentare perché non dienti legge l’aumento dell’Iva. Non ha senso in un momento di difficoltà e ristrettezza sferrare un ulteriore colpo ai cittadini aumentando questa imposta, con un inevitabile effetto repressivo sui consumi che non favorirà certamente la ripresa. Le previsioni della Banca d’Italia ci fanno sostanzialmente a crescita zero, un ulteriore calo dei consumi potrebbe smentire negativamente questo dato già di per sé preoccupante. Oltretutto, in questo modo si crea un grave svantaggio per i cittadini incapienti, quelli che non pagano le tasse, che non godranno del pur contenuto abbassamento delle aliquote Irpef e verranno solo danneggiati da un immediato aumento del costo dei beni.

Ci opporremo a che le nuove norme fiscali siano retroattive. Ci chiediamo come il ministro dell’Economia Vittorio Grilli possa affermare il contrario, visto che avranno un effetto già sulle operazioni svolte nel 2012. Se, come giusto, lo Stato esige serietà dai contribuenti, chiedendo che le tasse vengano pagate regolarmente, non può che comportarsi altrettanto seriamente nei loro confronti.

Faremo il possibile perché non vengano ulteriormente penalizzate le famiglie. Nella legge di stabilità viene ridotta la possibilità di detrazioni e si mettono in campo misure di sostegno e il ceto medio, ancora una volta, paga.

Proporremo misure per favorire l’occupazione giovanile, l’ingresso e l’inizio del percorso dei giovani nel mondo del lavoro. Tali provvedimenti possono essere di natura sia burocratica che fiscale. Nella legge di stabilità non ne vediamo traccia.

Insisteremo per la dismissione di patrimonio pubblico. L’obiettivo di ridurre la pressione fiscale non può essere una partita di giro (tolgo l’Irpef aggiungo l’Iva), ma va perseguito tagliando la spesa pubblica e abbattendo il debito attraverso cessioni immobiliari e vendita delle partecipazioni azionarie pubbliche.

Non è certo aumentando l’Iva dal 4 al 10% ai servizi sociali ed educativi che si può pensare di favorire la ripresa. Al contrario, si produce un aumento del costo del servizio o, ancor peggio, la chiusura di cooperative che svolgono una attività fondamentale.

Rinnoveremo la richiesta all’esecutivo di affrontare il problema dei ritardi nei pagamenti dell’amministrazione pubblica. Una società moderna e giusta deve permettere ai cittadini di compensare crediti e debiti nei confronti dello Stato. Il principio per cui il debito dei cittadini è sempre esigibile e il credito nei confronti dello Stato sempre rinviabile è iniquo.

Effettiva libertà di impresa, sostegno alla famiglia, e valorizzazione del patrimonio umano delle nuove generazioni sono le motivazioni politiche per cui vogliamo continuare a sostenere lealmente un governo tecnico impegnato nel rilancio del Paese. L’alternativa è la rassegnazione. Non al declino, di cui stiamo già sperimentando gli effetti, ma alla sua inarrestabilità. Occorrono persone idealmente motivate e idee sul futuro del Paese.