Napolitano, Aristotele e un’italiana fiera

Giorgio Napolitano, il nostro presidente della Repubblica, ci ha insegnato molte cose. Lo ha fatto col suo discorso – commosso – davanti al Parlamento riunito, rivolto a tutti, e in particolare a chi stava fuori da quell’Aula, magari lo ha visto in tv, ascoltato alla radio, è riuscito a leggerlo su internet.

Il Capo dello Stato, che su Twitter è già #ilpresidenteditutti, ha tenuto una lezione di politica. La politica che abbiamo ascoltato oggi è lontana anni luce da quella che non ci piace e che si è contraddistinta in questi ultimi tempi, come ha voluto ricordarci, da “contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”. La politica che abbiamo ascoltato oggi si avvicina molto alla definizione di Aristotele, l’ “Arte di governare le società”.

Il presidente Napolitano, che ho scelto nell’urna nel voto che probabilmente è il più convinto che abbia mai espresso nella mia vita, avrebbe potuto ringraziare il Parlamento, dire due parole di circostanza e tornarsene al Quirinale. E’ già nella storia, a suo modo. E invece ha richiamato tutti i parlamentari – ma proprio tutti – al rispetto del mandato che gli italiani ci hanno voluto affidare, a non perderci in diatribe sterili o contrapposizioni che non hanno senso, a minare la “totale incomunicabilità dell’ultimo ventennio”. Napolitano ha portato la realtà dentro un Aula, richiamando “la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili”. Ha parlato del lavoro e dei lavoratori, dei giovani e delle donne: “Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità”. Colpiti e affondati. Nasce da qui, dalla realtà, l’esigenza di mettere in un angolo le proprie convenienze da parte, mandare in soffitta “il senso dell’orrore” per un accordo largo, la necessità di rimboccarci tutti le maniche come ci ha insegnato lui. Ci ha sottoposto tre imperativi: “Passione, rigore e umiltà”. E ci ha anche ricordato, lui che la Repubblica italiana ha contribuito a costruirla, che l’antidoto al blocco delle istituzioni e alla regressione del paese è un’altra parola antica come il mondo, ma attuale come mai: “Democrazia”. Democrazia significa rispettare l’avversario e di riflesso il suo elettore – che poi è tuo fratello, secondo il Vangelo -, significa partecipare alle decisioni per il bene comune e non aizzare la piazza. Il presidente, che ha ottantasette anni, ci ha ricordato che la rete è indispensabile luogo di informazione e formazione delle opinioni, quindi è estremamente positiva, “ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico””.

I partiti non sono e non possono essere “comitati d’affari”, ma strumento fondamentale della democrazia. Il Capo dello Stato, soprattutto, ha dato a tutti gli italiani, qualunque mestiere facciano, siano o no interessati alla politica, la lezione massima, cioè l’esempio. L’esempio che la politica non è solo Casta, ma è anche sacrificio, alto. Un sacrificio che “sottopone a seria prova le forze”, ha detto di sé, che da sette anni ha sulle sue spalle un fardello notevole. Un sacrificio che gli è stato chiesto da “nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia”. Abbiamo passato mesi – tutti, non è una questione di schieramento – a discutere di rottamazione, ad ubriacarci di nuovismo, a guardare le date di nascita altrui storcendo il naso.

Oggi non ci resta che il mea culpa, rimangiarci tutto: abbiamo ancora – tutti – tanto da imparare. Specie da quel presidente-ragazzo che, eletto per la prima volta a 28 anni in Parlamento, ha ancora tante cose da dire e molta energia, quella che serve per mandare avanti un Paese bellissimo e difficile quale è l’Italia. Sono fiera, oggi più di ieri, di essere italiana.