Femminicido il governo riparta da dove ci siamo fermati. Stare fermi non è accettabile

Sono già quindici le donne uccise dai loro partner o ex nei primi quattro mesi dell’anno. Tante, troppe. L’anno scorso erano state, come documenta oggi il Corriere della Sera, centoventiquattro, tredici in meno del 2011. Mi consola poco – davanti a questa tragica contabilità che nasconde nomi, storie, volti – vedere che il dato subisce un calo costante da anni, che le leggi che sono state introdotte a tutela delle donne come lo stalking producono risultati.

Ora che finalmente c’è un governo, un esecutivo che può contare su una maggioranza solida e riformista, nessuno di noi può chiamarsi fuori dalla responsabilità di fare qualcosa. Qualcosa di più. Tocca per esempio, riprendere il Piano nazionale contro la violenza di genere, l’ultimo atto che ho firmato da Ministro per le Pari Opportunità nel novembre 2011, del quale non abbiamo saputo più niente. Le amministrazioni locali aspettano i soldi, le associazioni aspettano i soldi, le vittime pure.

Bisogna rilanciare il numero di emergenza 1522 e realizzare una grande azione di sensibilizzazione sul dramma delle donne. Bisogna riconsiderare, tutti insieme, la possibilità di rimettere mano al codice penale. Può essere uno spunto la proposta di legge che ho scritto lo scorso dicembre insieme a Giulia Bongiorno, che prevede che nel caso di omicidio di una donna, in alcuni casi specifici, la pena sia l’ergastolo. Il testo è reperibile su Internet. Allora si dissero disposte a sottoscrivere questa proposta di legge molte colleghe, tutte della maggioranza di governo. Si può ripartire da qui. Basta non restare fermi.

Lo dobbiamo a Ilaria ad Alessandra e a Chiara, le ultime vittime.