Pulsioni e Repulsioni di un magistrato

Partiamo dai fatti. Il sostituto procuratore della Dda di Palermo Francesco Del Bene intervistato da Klaus Davi (fondatore della Klaus Davi & Co., agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni) ha dichiarato: “ho provato un senso di repulsione quando ho sentito elogiare la magistratura da Berlusconi in conseguenza della sua assoluzione. Quando le sentenze sono buone sono tutti bravi, sono tutti seri, mentre quando le sentenze sono negative i giudici diventano complottisti. Bisogna avere un minimo di coerenza”.

Ha ragione Del Bene: la coerenza è fondamentale. Soprattutto per un magistrato che – come dice lui stesso – “ha il dovere di arrivare alla verità dei fatti”. E la verità dei fatti è che Silvio Berlusconi è stato assolto. Sì, assolto. Ed è proprio nel momento in cui quella piccola parte della magistratura politicizzata si è mostrata per quella che realmente è, Berlusconi è stato in grado di dimostrare senso di responsabilità e lucidità. Facendo le dovute differenze di contesto storico e politico, Berlusconi fece ciò che fece Togliatti dopo l’attentato alla sua persona: anziché lanciare un urlo di guerra contro chi l’aveva colpito più duramente, scelse una pacificazione interna necessaria a tutto il Paese.

La vera anomalia italiana, allora, non è Berlusconi, ma quella parte della magistratura che utilizza le armi che ha a disposizione non come scudo della legalità, ma come spada giustizialista. Quella piccola parte della magistratura che in preda ad una crisi di mezza età si mette a perseguitare avversari politici scomodi all’insegna della spettacolarizzazione voyeristica. Quella piccola parte della magistratura che deposita intercettazioni inutili nelle redazioni, salvo poi scoprire che il fatto non sussiste.

La vera anomalia, allora, è rappresentata da chi prova repulsione per l’esultanza di un cittadino innocente,da chi dietro la repulsione nasconde la propria pulsione repressa: quella politica.

Del Bene è libero di fare politica se crede, ma sia chiaro con chi lo ascolta. Non giochi sull’ambiguità del proprio ruolo per raccogliere un consenso che altrimenti non avrebbe. Non abusi del suo ufficio. Se Del Bene preferisce sentenziare sulla morale altrui la strada degli Ingroia o dei Di Pietro di turno è spianata. Se invece vuole continuare a fare l’uomo di legge, dovrebbe scusarsi pubblicamente delle sue parole: l’assoluzione di un innocente è una festa per la democrazia, non qualcosa di cui avere repulsione. Se poi evitasse di rilasciare interviste in libertà e parlasse soltanto attraverso le sentenze,come normalmente dovrebbe fare un magistrato,potremmo finalmente dire di vivere in un Paese normale.