Renzi non è il Messia, all’Italia serve uno shock fiscale

renzi leopolda

Se Spagna, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti crescono e noi no, è evidente che il problema non è congiunturale, ma strutturale.
I dati Istat di oggi parlano chiaro: il binomio spesa pubblica improduttiva-austerità, ancora una volta, è stato il problema e non la soluzione. A dimostrazione di ciò il fatto che il 2014 – anno in cui la spesa pubblica è salita del 7,8% e la spesa corrente del 3.4% – si chiuderà in recessione.

Lo dicono i numeri: si stava meglio quando si credeva di stare peggio, e cioè quando l’Italia era governata dall’ultimo Premier eletto democraticamente.

Disoccupazione 8,5% (2011) – 12,3% (2014)

Disoccupazione giovanile 29,2% (2011) – 43,7%(2014)

Debito/Pil: 120,5% (2011) – 133% (2014)

Questi dati confermano quanto Forza Italia va dicendo da anni: la speculazione sull’Italia governata da Berlusconi non fu causata dalla tragicità dei conti pubblici, ma dalla fretta di far cadere il Governo.

Tornando ad oggi è chiaro che Renzi non è il Messia e prendersela con lui a quattro mesi dal suo insediamento sarebbe troppo facile. Ma almeno non prendiamoci in giro: mettere gli 80 euro in una tasca, per poi toglierli dall’altra sotto forma di tasse, ha scoraggiato i consumi anziché farli ripartire.

Con altrettanta onestà bisogna riconoscere anche un altro fatto. Se da un lato è vero che i passati Governi (Monti e Letta) si sono piegati al rigore europeo, dall’altro lato bisogna dire che i predecessori di Renzi, e Renzi stesso, hanno fatto orecchie da mercante alle richieste più importanti fatte da Trichet e Draghi nel 2011.

Dopo 3 anni di governi tecnici e politici, nessun premier ha messo ancora in atto la parte “buona” di ciò che ci “chiedeva l’Europa”.

Non c’è traccia della “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali”.

Non c’è traccia della “fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala”.

Non c’è traccia di disboscamento delle oltre 7mila partecipate da Regioni, Province, Comuni e Città Metropolitane.

Non c’è traccia di veri tagli di spesa o spending review che dir si voglia.

Non c’è traccia di una coraggiosa riforma del lavoro.

L’elenco è molto più lungo, ovviamente, ma dopo 3 anni di fallimenti bisogna prendere atto che non si può cambiare verso all’Italia attuando politiche economiche che soddisfino un po’ la propria maggioranza e un po’ l’Europa. Serve uno shock. Bisogna assumersi la responsabilità di intraprendere una politica economica coraggiosa basata sul taglio della spesa pubblica improduttiva e sul taglio di una pressione fiscale che è ormai la più alta del mondo. Questo è l’unico modo per crescere. Fate presto: ce lo chiede l’Italia.