La sfida dei diritti

dirittiAlla circolare pilatesca del Ministro Alfano va riconosciuto un merito: aver fatto emergere, in tutta evidenza, un vuoto normativo e politico che il nostro Paese non può più ignorare.

Il primato della politica consiste nel dare risposte normative ad una società che cambia, regolando le sue evoluzioni per evitare di subirle. Una politica che demanda il proprio onere a una circolare piuttosto che a sentenze della magistratura è una politica che volontariamente abdica a favore di un supplente. Noi, oggi, non vogliamo abdicare. Noi, oggi, crediamo che i tempi siano maturi per renderci artefici di uno straordinario cambiamento, senza rinnegare radici e tradizioni, ma guardando in faccia ad una realtà che è profondamente cambiata. Una realtà che sicuramente ci impone di rafforzare le tutele a favore dei nuclei familiari, ma che, allo stesso tempo, ci suggerisce di prevedere tutele e riconoscimenti per le nuove forme di convivenza.

I numeri nella loro freddezza non mentono: se nel 1972 si celebravano quasi 400.000 matrimoni, nel 2012 siamo scesi a 174.000 (Istat). Se nel 2007 le convivenze erano circa 500.000, nel 2012 superavano quota 1.000.000.

E’ evidente che non solo Forza Italia, ma tutto il Parlamento, sono oggi chiamati alla responsabilità di una scelta che crei sì le condizioni che favoriscano e tutelino la famiglia per quella che è oggi, ma che al contempo consentano a 1.000.000 di cittadini che insieme condividono un percorso di vita di sentire che lo Stato è dalla loro parte. Perché se crediamo nella famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” non possiamo abdicare al compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art.3 Cost). Questo è il punto. Sostenere la necessità di riconoscere le nuove forme di convivenza, non vuol dire smantellare la famiglia tradizionale. Questo è stato e continua ad essere un approccio strumentale di chi continua ad affrontare queste questioni con le lenti distorte dell’ideologia, pensando e sperando di racimolare qualche voto in più. Liberiamoci dai luoghi comuni, guardiamo avanti, proviamo a farlo pensando che parliamo di diritti e libertà fondamentali che, come tali, vengono prima di qualunque altra cosa.

La sfida che allora ci riguarda prima come Paese, e poi anche come forza politica liberale, non è quella di arroccarci in posizioni minoritarie , ma rappresentare una domanda di diritti e di doveri che viene dalle famiglie, dalle coppie di fatto, e dalla società intera. Negli ultimi anni i principali esponenti del centrodestra e del centrosinistra si sono detti favorevoli all’introduzione di una regolamentazione delle coppie di fatto, al contrasto dell’omofobia, così come ad un’evoluzione delle leggi che riguardano la famiglia.

Dire di essere “favorevoli al riconoscimento delle unioni di fatto” con i dovuti distinguo è stato un mantra ripetuto dalla stragrande maggioranza dei leader politici. Ciò che invece è mancato è stato un luogo, anzitutto quello parlamentare, in cui la domanda e l’offerta di doveri e diritti su cui i più erano d’accordo trovassero una sintesi. Ecco: io vorrei che il Dipartimento per le Libertà Civili e i Diritti Umani di Forza Italia potesse essere quel luogo. Un luogo in cui discutere sì di famiglia e diritti civili, di modello tedesco, inglese o danese, di infanzia e di donne, di giustizia e di diritti delle minoranze e di tanto altro ancora. Ma, ancora prima, un luogo in cui dare risposte concrete a domande che da troppo tempo restano nell’aria.

Ci aspetta un lavoro complesso, ma entusiasmante e sono convinta che, grazie anche alle tante sensibilità e contributi presenti al nostro interno, sapremo raggiungere un buon punto di equilibrio. Lo hanno fatto i più grandi partiti conservatori e moderati europei. Lo faremo anche noi.