27 Gennaio 2015

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Non siamo negli anni trenta, il contesto storico e politico è diverso. Eppure ancora oggi l’antisemitismo continua a rappresentare una minaccia non solo per gli ebrei, ma per la nostra civiltà.

Qui a Praga, dove mi trovo per le celebrazioni della Giornata della Memoria organizzate dal European Jewish Congress con il Parlamento Europeo, e dove di fatto ci si organizza per combattere concretamente chi fa dell’odio la propria bandiera, emerge chiaramente l’attualità e la concretezza della minaccia antisemita. Se molti rappresentanti delle istituzioni ebraiche europee mi hanno voluto ricordare il loro apprezzamento per l’importante impegno del governo Berlusconi sul fronte della lotta all’antisemitismo e a tutela della sicurezza di Israele, sono numerose le preoccupazioni che a 70 anni dalla liberazione di Auschwitz preoccupano i nostri concittadini di religione ebraica.

Così se le analisi sull’entità della minaccia sono concordanti (penso agli interventi di Bernard Henry Levy,Martin Schultz e Moshe Kantor solo per citarne alcuni), ciò che è emerso con nettezza è che la vera sfida che pone il presente è quella di riuscire a fronteggiare coesi la minaccia dell’antisemitismo.

A livello culturale, ad esempio, continuano purtroppo ad essere diffusi pregiudizio, ignoranza ed intolleranza.  Pensiamo al negazionismo e ai negazionisti. A coloro i quali affermano che l’Olocausto, i corpi senza vita e quelli inceneriti, sono un’invenzione. A chi afferma che i testimoni della Shoah sono dei bugiardi. A chi compiendo un crimine contro la memoria vuole raggiungere il  più subdolo degli obiettivi: diffondere uno stereotipo ben preciso degli ebrei e altrettanto ben radicato nella cultura antisemita, quello dell’ebreo bugiardo ed impostore. Un negazionismo che nega l’umanità di chi lo attua e che offendendo quel dolore di fatto prosegue nella continuazione dei crimini commessi durante l’Olocausto.

Se la lotta contro il negazionismo rappresenta una sfida culturale per tutti i parlamentari con cui ho avuto modo di confrontarmi in questi giorni, emerge a livello politico la comune preoccupazione per l’ascesa dei partiti di estrema destra se non addirittura neonazisti. Che i partiti neonazisti non partecipassero a questa conferenza era del tutto ovvio; dispiace invece registrare la scarsa presenza di quelle forze di estrema destra che rinnegando formalmente ogni forma di antisemitismo, alimentano tesi complottiste in cui a farla da padroni sono i “sionisti”. Peccato. Perché se celebrare il Giorno della Memoria vuol dire ricordare l’orrore della Shoah deve voler anche dire comprendere che l’odio antisemita uccide ancora oggi. A Tolosa, a Bruxelles e a Parigi. E lo fa senza distinguere tra bambini, donne e adulti. Tra ebrei e sionisti. Basta che muoiano.

Oggi, a 70 anni dalla liberazione di Auschwitz, non basta riflettere su ciò che è stato. Dobbiamo avere il coraggio di alzare la voce e di batterci a difesa dei diritti umani e contro ogni forma di pregiudizio e discriminazione. Ciò che accade intorno a noi fa paura, certo. E fa paura perché le minacce sono tante. Fa paura perché nel cuore dell’Europa democratica noi insieme ai nostri concittadini e fratelli di religione ebraica siamo costretti a temere per le vite nostre e quelle dei nostri figli. Fa paura perché quando ad essere uccisi sono un padre e i suoi due figli in una scuola ebraica, o in un museo o davanti ad una sinagoga o in un supermarket kasher, sono pochi coloro che scendono in strada e gridano Je suis juif/juive.

Oggi, a 70 anni dalla liberazione di Auschwitz, se vogliamo che quel buio dia un senso concreto al nostro presente dobbiamo trovare la forza di trasformare la paura in coraggio. Assumerci la responsabilità di credere che la sicurezza sia la prima ed unica premessa per costruire una convivenza pacifica, reale e duratura.