Pensare a tutte le donne non soltanto alle manager

pari opportunità1L’8 marzo è una giornata da festeggiare se c’è da fare il punto sulle conquiste fatte nel corso di un anno, quando però la lotta contro discriminazione e violenza, la battaglia per l’uguaglianza e per i diritti hanno fatto passi poco concreti allora c’è poco da festeggiare.

Di seguito riporto un’intervista che ho rilasciato a Il Tempo in occasione della Festa delle donne.

Lei è stata la principale promotrice della legge che ha istituito il reato di stalking: una conquista importantissima?

«Non solo. La legge sullo stalking, il piano nazionale antiviolenza e la legge per l’istituzione del garante per l’infanzia, la conferenza mondiale sui diritti delle donne sotto l’egida del G8, sono stati frutto di una stagione particolarmente favorevole per due motivi: primo, quel governo aveva fatto della battaglia per l’affermazione dei diritti delle donne e contro ogni forma di violenza e discriminazione una priorià nazionale e internazionale; secondo, la trasversalità che io ho cercato e la risposta appassionata e concreta delle esponenti del centrosinistra ci ha permesso di guadagnare conquiste importanti».

E oggi?

«Oggi nell’agenda di Renzi non c’è il capitolo donne, c’è soltanto molta apparenza e poca sostanza perché, per esempio, la presenza nei consigli d’amministrazione è frutto della legge Golfo–Mosca, e comunque non basta aumentare la presenza femminile nelle grandi aziende e nel governo, se in Parlamento si ignorano le problematiche delle donne normali che ogni giorno fanno i conti con la mancanza di occupazione, con la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, di fare carriera e che combattono con varie forme di violenza, fisica, psicologica, stalking…».

È per questo allora che nel convegno sulle Pari Opportunità di martedì lei ha ricevuto l’applauso caloroso della platea, a maggioranza Pd, e il ministro Maria Elena Boschi ha rimediato soltanto fischi?

«Io ho sollecitato, come priorità, l’individuazione di un interlocutore politico con delega alle questioni di genere perché manca e il governo si ostina a non nominarlo, rimanendo silente e immobile. Per noi, per le associazioni, per la società civile questo significa disinteresse per le donne normali».

Quindi un passo indietro?

«Indietro e inaccettabile. Il piano nazionale contro la violenza è del 2011 e andrebbe rinnovato, stiamo aspettando da un anno ma non è stato varato alcuno strumento se non quello inadeguato della partecipazione. Il premier, privilegiando l’apparenza sulla sostanza ha aperto una consultazione on line per far partecipare i cittadini: sono arrivate 9 osservazioni il che significa che per quantità ma anche qualità dei commenti è necessario che ad occuparsene sia chi combatte ogni giorno con la violenza, cioè i centri, le associazioni, gli sportelli anti-stalking… Tutti soggetti da coinvolgere e con cui interloquire per rafforzare il ruolo del Dipartimento come motore del contrasto alla violenza, anzichè svuotarlo di significato e poteri».

Dalle quote rosa alla rappresentanza di genere: tante parole poca utilità?

«No, è imporrante la presenza delle donne in ruoli decisionali perché è la condizione necessaria per avere politiche adeguate per tutta la società e non solo per l’empowerment femminile, ma proprio quella rappresentanza deve pensare alle donne normali che non aspirano a diventare ministre o dirigenti d’azienda, ma che fanno i conti con la mancanza di risposte».

Anche per chi sceglie la famiglia e i figli?

«Esatto, come rileva l’Istat il 27% delle madri che lavorano, due anni dopo la nascita di un figlio abbandonano il posto. Il cosiddetto lavoro di cura ricade sulle spalle femminili e quindi molte preferiscono non lavorare proprio perché diventa impossibile o troppo oneroso conciliare. Per questo è necessario potenziare il welfare e adeguarlo alle nuove esigenze così come vanno resi obbligatori i congedi di paternità».

Una battaglia culturale…

«La strada per la piena realizzazione delle donne, infatti, è piena di ostacoli perché oltre alle leggi non applicate, ai pregiudizi e alle discriminazioni ci sono gli stereotipi culturali duri a mori re».

L’Italia domani sarà a New York alla sessione annuale sulla violenza femminile?

«Sì, ma il governo va con un consigliere del premier che non ha lo status di ministro e quindi non parteciperà ai tavoli di discussione e per questo sarà accompagnato dal viceministro degli Affari esteri Della Vedova che però, quando tornerà, non potrà dare alcun seguito a decisioni e strategie che verranno elaborate».

Insomma onorevole, festeggiamo o no l’8 marzo?

«C’è poco da festeggiare: la battaglia per i diritti delle donne negli ultimi anni ha fatto passi in avanti ma è mancato il consolidamento. Il percorso è delicato e fragile, interromperlo significa banalizzare la questione cosa che non va fatta perché questi problemi non riguardano soltanto le donne ma lo stato di salute della democrazia e della civiltà».