Rachida Dati: “Gli attentati ci hanno sconvolto. Ma la destra risolleverà la Francia”

rachida_dati_coloreDa quest’oggi inizio la mia collaborazione con il quotidiano  Il Tempo. Questa l’intervista all’ex Ministro della Giustizia Francese Rachida Dati.

“La mia nomina è stata un elettroshock, me ne rendo conto. Sono stata la prima donna di origine maghrebina e di origine sociale svantaggiata ad accedere ad una carica così importante…». Era il 2007 quando Rachida Dati, figlia di un muratore marocchino, undici tra fratelli e sorelle, fu nominata ministro della Giustizia del governo francese. La sua immagine nuova e la sua storia particolare la catapultarono sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo. Oggi è un parlamentare europeo, dirigente di Les Républicains, ma, soprattutto, sindaco del Settimo arrondissement della città di Parigi.

Onorevole Dati, cosa ha significato per lei, figlia di immigrati, diventare ministro della Giustizia?

«Sono nata in Francia da genitori algerino-marocchini. È stato un onore che vale doppio: ho rivolto un pensiero commosso ai miei genitori, che hanno sacrificato tutto per i figli».

Dopo l’esperienza al governo, oggi è sindaco del VII Municipio di Parigi. Come ha vissuto gli attacchi del 13 novembre?

«Questi attentati hanno sconvolto il mondo e la Francia è un bersaglio per i suoi valori universali e per la sua lotta contro Daesh. A turbarmi particolarmente è stato il profilo dei terroristi: in maggioranza nati in Europa, cresciuti nella libertà. Com’è possibile che questi giovani possano cadere in una radicalizzazione omicida?».

Il terrorismo jihadista e la pressione dei flussi migratori sono sfide enormi per l’Europa. Si sta dimostrando all’altezza?

«L’Europa si sta confrontando con la più grave crisi migratoria dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. Ma ad ogni crisi, l’Europa ha saputo andare avanti. L’Europa sarà all’altezza di queste sfide solo se saprà esprimere una volontà politica, una leadership e un progetto chiari».

È necessario rivedere il Trattato di Schengen, visto che alcuni Paesi, compreso la Francia, hanno temporaneamente sospeso la libera circolazione?

«L’urgenza della situazione obbliga l’Europa ad adattarsi riformando il trattato di Schengen, armonizzando le procedure di asilo con una lista unica dei Paesi sicuri al fine di accelerare i rimpatri nei paesi di origine, per iniziare. E poi si deve approfondire la cooperazione tra i servizi di intelligence europei, rafforzando Europol ed Eurojust».

I Paesi europei sono stati troppo accoglienti o, al contrario, troppo poco?

«L’Europa e la Francia hanno una tradizione di grande accoglienza. Tutto procede bene in periodo di crescita o di piena occupazione. Ma senza crescita, l’integrazione è difficile e gli immigrati e i loro figli sono i più colpiti dalle difficoltà economiche e sociali. L’elemento nuovo è che oggi l’integrazione non riguarda più i “primo-arrivants”, i primi immigrati arrivati, ma i loro figli diventati europei. L’integrazione di questi giovani cittadini europei che non si sentono europei è oggi la nuova sfida».

Ha appoggiato l’idea di aumentare il controllo sugli spostamenti aerei dentro l’area Schengen; ritiene debbano essere reintrodotti anche quelli alle frontiere esterne all’Ue?

«Occorre mettere tutto in opera contro il terrorismo per continuare a vivere in sicurezza e in libertà. Occorre una cooperazione più efficace tra i servizi di intelligence , un reale controllo alle frontiere esterne all’Unione, l’adozione del Pnr, European Passenger Name Record. Non esiste un rischio zero ma bisogna stringere le maglie la fine di localizzare gli individui sotto sorveglianza o considerati come pericolosi, smentellare le filiere terroristiche, sventare gli attentati e arrestare i sospetti».

Alcuni ritengono queste misure una rinuncia alla nostra privacy e una resa ai terroristi.

«Rinunciare al nostro modo di vivere sarebbe una vittoria per i terroristi! Occorre adottare tutte le misure di sicurezza, nel rispetto dello stato di diritto».

Il primo bersaglio della radicalizzazione sembrano le donne, come dimostrano i fatti di capodanno a Colonia.

«Le aggressioni sessuali di Colonia sono sconvolgenti e devono essere severamente sanzionate. La libertà, e quindi la libertà delle donne, non è negoziabile. Non penso c’entri la radicalizzazione: in assenza di controllo, alcuni individui hanno abusato della loro libertà ed oggi la giustizia deve condannarli e, in alcuni casi, espellerli».

Gran parte dei flussi migratori trovano nella Libia un ponte per l’Europa. Uno degli epicentri dell’instabilità nel Mediterraneo è proprio quel Paese, che non ha mai trovato la pace dopo l’attacco e la caduta di Gheddafi: fu una scelta giusta quella di bombardare Tripoli?

«Ero molto reticente riguardo all’operazione in Libia, poiché temevo il caos totale. Le armi e i terroristi circolano liberamente. La situazione in Libia oggi destabilizza tutta l’area. E ciò ha un impatto sull’Europa e l’Africa in termini di sicurezza e di flussi migratori. L’Europa deve reagire e mobilitare la comunità internazionale».

Quanto i problemi legati al terrorismo e all’immigrazione clandestina hanno inciso nel crollo dei socialisti francesi alle ultime elezioni e nei sondaggi?

«Il crollo si è verificato molto prima degli attentati o della crisi migratoria. La politica condotta dal governo divide i socialisti ed esaspera i francesi, con un aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze, un’assenza di politica penale e una grave crisi agricola. Mentre ovunque in Europa l’economia riparte e la disoccupazione diminuisce, ciò non accade in Francia».

Con l’ex presidente, ha aderito al progetto dei Les Républicains. Chi vincerà, tra voi e il Front National?

«Noi, la destra, rappresentiamo l’alternanza per il 2017: abbiamo vinto tutte le elezioni intermedie dal 2012. Noi possiamo risollevare la Francia grazie al nostro progetto, a partire dal 2017».

La politica è maschilista?

«I luoghi di potere sono spesso sessisti, è un fatto universale. Non ho mai rinunciato alla mia femminilità. Fa parte della mia identità malgrado numerose polemiche. Spesso gli uomini politici vogliono dar lezione sul “rispetto della donna”, quando sono loro stessi a non rispettarci».

L’ex ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni ha scritto una lettera a trenta dirigenti politiche donne del mondo per chiedere che il prossimo Segretario generale dell’Onu sia una donna. Che ne pensa?

«La conosco e provo ammirazione nei suoi confronti, per la sua sincerità e la forza della sua lotta a favore delle donne. La sua iniziativa è pertinente in quanto nessuno ha pensato a proporre la candidatura di una donna, eppure non ne mancano. Basta osservare i luoghi di potere per constatare una crudele assenza di donne».

Può essere questa una risposta alle culture e alle civiltà che ancora oggi non riconoscono parità di diritti alle donne?

«Certo, è una prima risposta ma non l’unica. Affinché l’uguaglianza sia rispettata, l’Europa potrebbe pure fare pressione mediante clausole negli accordi commerciali nei nostri programmi di aiuto allo sviluppo».