Intervista alla Baronessa Anelay, Viceministro britannico degli Affari esteri

anelayCi sono cose  che all’estero sanno far bene, anche meglio che qui in Italia. Altre, invece, sono fonte di preoccupazione e meriterebbero un maggiore impegno. Tra le prime la Baronessa Anelay of St Johns, Vice-ministro degli Affari esteri britannico e Rappresentante Speciale del primo ministro per la prevenzione della violenza sessuale nelle zone di conflitto, cita il contrasto alla violenza sulle donne, tra le seconde “la diminuzione della presenza di cristiani in Medio Oriente”, uomini e donne che “tutti noi dovremmo difendere, per proteggere il loro diritto a praticare la loro fede”.
Alcuni anni fa, da Ministro per le Pari Opportunità, ho avuto modo di visitare il Croydon Rape Crisis Centre e, successivamente, il Croydon Women’s Aid; case-rifugio per donne vittime di violenze,alla periferia di Londra. Mi ha colpito l’efficienza di quei luoghi e l’amore per il loro lavoro degli addetti alla cura e alla sicurezza delle ospiti. Quanto investe il suo Paese in questo genere di iniziative per mantenere così alti gli standard di protezione?
Proteggere donne e bambine dalla violenza e offrire sostegno a chi ne è vittima è una priorità chiave di questo governo. Nel corso degli ultimi quattro anni il Regno Unito ha stanziato €50 milioni per finanziare una rete nazionale di centri di sostegno per le vittime di stupro, linee telefoniche di aiuto e un forum di consulenti indipendenti esperti nell’assistenza a vittime di violenza domestica o sessuale. I finanziamenti sono stati estesi per il 2015/2016 e includono €12,5 milioni aggiuntivi a sostegno dei rifugiati, €3,8 milioni per il rafforzamento dei servizi a favore delle vittime di violenze domestiche e €9 milioni per le vittime di violenza sessuale inclusi i minori.
E per il futuro?
Per il 2016/2017 abbiamo messo da parte più di €8 milioni per 86 centri di questo tipo attivi in Inghilterra e nel Galles che forniscono assistenza specializzata alle donne e bambine vittime di violenza.
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La violenza sulle donne è una piaga mondiale che non accenna a guarire. Nelle zone di conflitto è ancora utilizzata come arma di guerra.
 In qualità di Rappresentante Speciale del primo ministro per la prevenzione della violenza sessuale nelle zone di conflitto, ho assistito spesso alle terribili conseguenze delle violenze sessuali o di genere, non soltanto su donne e bambine ma anche su uomini e ragazzi.
 Voglio vedere un mondo in cui la violenza sessuale non sia più considerata come inevitabile o come uno strumento di guerra accettabile. Per ottenere questo risultato, il Regno Unito ha sviluppato il Protocollo internazionale sulla documentazione ed investigazione della violenza sessuale nelle zone di conflitto.
Come funziona il Protocollo?
Serve per documentare i crimini a livello locale, raccogliere prove e sostenere le vittime. È stato tradotto in varie lingue ed è stato ufficialmente implementato in paesi quali la Repubblica Democratica del Congo e l’Iraq.
Occorre mantenere alta l’attenzione della comunità internazionale su tali questioni perché, se lasciata inosservata, la violenza sessuale inasprisce i conflitti,ostacola i percorsi di riconciliazione e lo sviluppo sociale ed economico. Siamo impegnati per contrastare lo stigma sociale e aiutare i sopravvissuti a ricostruirsi una vita.
Quale bilancio fa delle iniziative messe in campo dal suo governo per contrastare i femminicidi?
Siamo orgogliosi dei risultati ottenuti dal 2010 ad oggi nel riuscire a garantire protezione alle vittime e condannare i colpevoli. Il numero di violenze e abusi sessuali e domestiche è diminuito e, contemporaneamente, il numero di azioni penali ha raggiunto cifre mai viste: 107.104 nel 2014/15.
I nostri risultati includono l’introduzione di una legislazione che criminalizza i matrimoni forzati e la revenge pornograghy (la pubblicazione online di immagini a sfondo sessuale per l’umiliazione dell’ex partner);una nuova legge sullo stalking e l’introduzione del reato di abuso domestico.
Lei ha più volte sostenuto che la libertà di culto rappresenta l’indicatore principale dello stato di salute di una democrazia; dove essa viene riconosciuta, ciò significa che la società è evoluta. Quali azioni di sensibilizzazione possono fare le nostre istituzioni nei confronti dei Paesi che ancora oggi discriminano le minoranze religiose? 
Il governo britannico dà grande importanza alla libertà di culto e alla possibilità di ognuno, indipendentemente dalla propria religione, di partecipare in maniera attiva alla vita di società e vivere senza paura di abusi o discriminazioni. Incentiviamo regolarmente i governi dei paesi medio orientali e nord africani a garantire la protezione di tutti, indipendentemente dal credo religioso e li incoraggiamo a sviluppare sistemi politici inclusivi che rappresentino tutti i loro cittadini.
Quali azioni si possono promuovere per porre fine alla persecuzione dei cristiani in Medio Oriente?
È particolarmente preoccupante che la diminuzione della presenza di cristiani in Medio Oriente sia accelerata nel corso del XX secolo. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per difendere e proteggere il diritto dei cristiani a praticare la loro fede in tutto il mondo.
Ho sollevato la questione con l’arcivescovo Gallagher, il Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, lo scorso febbraio. Nel corso della visita dell’arcivescovo al Foreign Office il 3 marzo abbiamo discusso ulteriormente di come il Regno Unito e la Santa Sede possano lavorare insieme per assicurare la sopravvivenza del pluralismo religioso e sostenere la diversità religiosa in Medio Oriente.
David Cameron è stato il primo leader politico internazionale ad ammettere che la filosofia del multiculturalismo aveva fallito. Noi europei abbiamo spesso accettato che si creassero nelle periferie delle enclaves etniche autoreferenziali, alcune volte contrapposte ai valori del Paese ospitante. 
Come ha chiarito il primo ministro Cameron nel luglio 2015,  il Regno Unito ha, nel corso della sua storia, costruito una democrazia multietnica e multireligiosa di cui siamo fieri. Siamo particolarmente orgogliosi del fatto che conseguiamo i nostri successi grazie alla diversità e non “nonostante la diversità”.
 Come si ottiene la giusta integrazione?
Un’integrazione efficace dipende da politiche mirate volte a migliorare l’occupazione e aumentare le opportunità per tutti. Questo è il motivo per cui il stiamo verificando come migliorare l’integrazione all’interno delle comunità più isolate e povere del Regno Unito con l’obiettivo di rispondere ad alcune questioni specifiche: come assicurarsi che le persone imparino l’inglese; come favorire l’occupazione, in particolar modo per le donne;come permettere alle agenzie di stato di lavorare insieme a tali comunità per promuovere nuove opportunità.
Le politiche per favorire l’integrazione hanno un costo?
Dal 2010, il governo ha speso €65 milioni per politiche mirate a migliorare l’occupazione e aumentare le opportunità per tutti. A gennaio Cameron ha annunciato un nuovo pacchetto di corsi di formazione per la lingua inglese, del valore di €25  milioni, per aiutare le donne delle comunità più isolate ad imparare l’inglese.