Reportage: Casa Lorena, il centroantiviolenza a Casal di Principe

centro antiviolenza 057Gli angeli del centroantiviolenza che fanno tornare a vivere le donne

“La violenza in questi anni è cresciuta, è diventata più efferata. Non posso neanche raccontare quanta cattiveria e quanta ferocia ho visto sui corpi delle donne che hanno chiesto il nostro aiuto”, racconta Lella Palladino, responsabile della cooperativa sociale Eva che gestisce tre centri antiviolenza nel casertano, tra cui Casa Lorena a Casal di Principe. Fuori sembra che il tempo si sia fermato. Il cielo è plumbeo, l’aria è pesante, le strade sono deserte e costeggiate da villette che sembrano spesso disabitate. Sono circondate da mura spesse e alte, quasi a voler nascondere e proteggere ciò che c’è dentro. Tra queste c’è  Casa Lorena, che dal 2012 ospita donne violate e abusate in un immobile confiscato alla camorra. Un edificio a due piani, color ghiaccio ,con un grande cancello e un muro di cinta. Dentro, oggi, tutto è spartano, ma un tempo lo sfarzo veniva ostentato per dimostrare potere e ricchezza. Laddove, qualche anno fa, hanno trovato riparo Carmine Schiavone e Dante Apicella, esponenti di spicco del clan dei Casalesi, oggi tante donne ritrovano coraggio e dignità. Perché questa è la terra dei Casalesi, del crimine, della droga, degli omicidi, dell’illegalità, ma è anche e soprattutto la terra del coraggio e della fierezza di don Peppe Diana, il prete ammazzato dalla camorra venti anni fa perché aveva scelto di stare dalla parte degli ultimi e non si era arreso alla violenza e al terrore. Alla violenza non si arrendono neanche queste donne, spesso con le spalle curve come a voler sostenere un dolore troppo grande, ma con lo sguardo fiero e il sorriso amaro di chi ce l’ha fatta, di chi ce la sta facendo, grazie a chi, come le operatrici dei centri antiviolenza, ha deciso, come don Peppe, di stare dalla parte degli ultimi.

“Siamo nate libere e nessuno può metterci le catene”, dice Mira, 41 anni, albanese, arrivata in Italia diciassette anni fa insieme ad un fidanzato che le aveva promesso un futuro felice e sicuro in un Paese accogliente. “Appena arrivati, sono finita  per strada. Mi minacciava di morte, mi violentava, abusava di me e mi picchiava. Non avevo altra scelta. Ero in catene. Un inferno durato 4 anni”. Quando, finalmente, una mediatrice culturale del progetto “La Gatta”, la ha agganciata per strada e portata in salvo. Mira è arrivata al centro Eva di Maddaloni e lì, grazie al lavoro prezioso delle operatrici, ha ricostruito la sua anima strappata. “Pensavo di essermelo meritato, di non valere niente. Non è stato facile, ma finalmente dopo tanti mesi, mi sono svegliata e ho visto di nuovo il mio futuro”. Oggi Mira è un’operatrice dei centri antiviolenza gestiti dalla cooperativa Eva, dopo aver seguito corsi di formazione e fatto volontariato. Aveva trovato lavoro in un panificio, ma ha capito che la sua strada era un’altra, aiutare altre donne che come lei sono sprofondate all’inferno. “Dalla violenza si può uscire. Si deve uscire”, dice mentre un nodo in gola le spezza la voce delicata ma ferma. In un italiano ormai quasi perfetto racconta quelle sofferenze che, anche se restasse muta, le si leggerebbero negli occhi. Di fronte a Mira che ce l’ha fatta e oggi è anche mamma felice di un bambino di tredici anni, c’è Tiziana quarantacinque anni, capelli corti, sorriso dolce e occhi che raccontano, prima ancora delle parole, una sofferenza insostenibile. “Avrò finito il mio percorso quando parlerò di mio figlio senza piangere”. Le lacrime scorrono senza fermarsi, il cuore cerca aiuto e conforto e, nonostante l’assistenza psicologica e giuridica che riceve da casa Lorena sia eccellente, nulla può consolarla avendo per anni subito maltrattamenti, violenze, soprusi “che mi hanno annientato fino a cancellarmi”. Laureata in informatica, insegnante, Tiziana si è fidanzata a ventisette anni e sposata dopo tre. “Per anni ho sopportato tutto in silenzio, nascondevo i segni. Mia nonna mi diceva che i panni sporchi si lavano in famiglia e io mi sono lasciata trasformare. Pensavo fosse giusto così. Ma quando mi ha minacciato di morte con il fucile ho avuto paura per il mio bambino e sono scappata. Oggi, sto recuperando me stessa. Ho trovato anche il coraggio di denunciarlo. E mi sento in colpa per non averlo fatto prima. Quando però il suo avvocato ha sostenuto l’inesistenza del maltrattamento perché gli episodi sono durati solo tre mesi, mi è crollato il mondo addosso. Era una donna. E allora ho pensato che la violenza sulle donne ha tanti, troppi alleati, anche tra quelle donne che dovrebbero avere pietà di fronte ad una moglie e ad una madre calpestate”.

Lella Palladino ascolta e spesso scuote la testa. Lo fa quando ricorda che il Piano Nazionale antiviolenza e il riparto dei fondi hanno disconosciuto e delegittimato il lavoro dei centri. “Abbiamo difficoltà a sopravvivere”, dice mentre mi racconta che per far fronte alle spese che devono sostenere sono costrette ad andare avanti grazie ad anticipazioni bancarie. Le risorse sono poche, pochissime e le amministrazioni le devolvono con un ritardo impressionante. “La Regione ha ricevuto i fondi che ci spettano ma non ha ancora provveduto al riparto. E noi andiamo avanti ancora con i fondi del 2009 e del 2010”. Nonostante questo, la forza d’animo con cui aiutano le donne ad uscire da percorsi dolorosi, è impressionante. E lo fanno grazie anche ad un progetto di inserimento nel mercato del lavoro che con il nome “Le Ghiottonerie di Casa Lorena” impegna molte di loro in un servizio di Catering e produzione di dolci e squisite confetture artigianali. A dirigere questo servizio c’è Mena, che senza dire nulla, stringe gli ospiti come chi scrive in uno di quegli abbracci che in un attimo ti raccontano sofferenze, ingiustizie e dolori. Il suo sguardo è sofferente, ma fiero. Non è ancora uscita dall’inferno, ma ha trovato la strada e la percorre senza voltarsi indietro. Fuori dall’edificio la vita sembra essere ritornata a scorrere, qualche bambino attraversa la strada senza badare alle macchine che passano, l’aria sembra più leggera e persino il cielo più terso; don Peppe Diana sarebbe rimasto impressionato dalla forza straordinaria di queste donne che hanno avuto quello che lui definiva “il coraggio di fare delle scelte” .