La mia intervista a Benita Ferrero-Waldner, ex ministro esteri austriaco: azione Austria su migranti è autodifensiva

Ferrero_WaldnerEra quella che scongiurava la costruzione dei muri, gestiva i flussi migratori e, prima ancora, la politica estera del suo Paese, l’Austria, che oggi si ritrova – nuovamente – ad essere il crocevia del Continente. Benita Ferrero-Waldner, classe 1948, una vita nel Partito Popolare austriaco, prima che commissario europeo per il Commercio e la Politica di Vicinato (fino al 2009) e ministro dell’Austria (fino al 2004), era stata una diplomatica, aveva lavorato all’Onu. “Di crisi ne ho viste tante”, ammette, “ma questa del terrorismo fondamentalista  è la peggiore dalla Seconda guerra mondiale in poi”. Che possono fare oggi la “sua” Austria che chiude le frontiere del Brennero e il resto del mondo? “La chiusura delle frontiere è una manovra auto difensiva, ma, tutto sommato, prevista dai Trattati, se temporanea. Ma serve una grande assemblea, come sessanta anni fa, e “quote” da distribuire in base alla popolazione e al Pil, che coinvolgano Sudamerica, Canada…”.

Onorevole Benita Ferrero-Waldner, il suo Paese, l’Austria, del quale lei è stata a lungo ministro degli Esteri, ha rafforzato i controlli ai confini, si appresta ad accelerare le procedure per i respingimenti dei migranti: è la risposta più corretta a questa nuova emergenza?

Vorrei fare una premessa: l’Unione europea si trova ad affrontare una grave crisi che interessa migliaia di rifugiati. La crisi ha acceso riflettori rispetto a bisogni immediati, ma, allo stesso tempo, ha evidenziato i limiti strutturali della politica migratoria dell’UE e degli strumenti a sua disposizione. L’ Austria, un paese di 8 milioni di abitanti, ha accolto l’anno scorso 90.000 rifugiati, oltre il 10% della sua popolazione; e nel 2016 già 37.500.

Ci sono Paesi meno generosi del suo, è vero.

L’ attuale risposta austriaca a questo enorme flusso è conseguenza della mancanza di solidarietà dimostrata da diversi Stati membri, che si sono rifiutati di accettare la “ricollocazione”, la distribuzione tra gli stati membri dei rifugiati. Interpreto l’azione austriaca come auto-difensiva. A volte situazioni straordinarie e di emergenza provocano risposte altrettanto straordinarie e di emergenza.

Lei è stata  commissario di una Europa che – sotto la guida di Barroso – sembrava più unita di quanto lo sia oggi, dove l’altruismo sembrava superiore a qualunque forma di egoismo degli Stati. Cosa è cambiato rispetto ad allora, in fondo soltanto sei anni fa?

Quel periodo era tra i più prosperi e la crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008 non era ancora sentita così profondamente. Era quindi più semplice destinare tempo e risorse alla solidarietà. Poi è arrivata la più profonda crisi economica e finanziaria dalla Seconda guerra mondiale e ciò ha innescato fatto crescere nazionalismi ed egoismi, a discapito di un’Unione il cui obiettivo doveva essere una politica estera e di sicurezza comune, nonchè una politica comunitaria di migrazione e asilo.

La sospensione temporanea del trattato di Schengen, il ritorno al presidio delle frontiere nazionali rappresentano la fine dell’idea di Europa che lei ha conosciuto o sono solamente un “incidente di percorso”?

Sono cose che di certo non danno un’immagine molto positiva per l’Ue, ma non dimentichiamo che nell’accordo di Schengen è in linea di principio prevista una sospensione temporanea per circostanze straordinarie. E’ evidente che emerge una mancanza di fiducia e solidarietà tra gli Stati membri a seguito della continua frammentazione del sistema di accoglienza.

Per decenni l’immigrazione clandestina è stata considerata un problema solamente del Sud Europa. Pensa che i Paesi del Centro Europa e la Germania in primis, avrebbero potuto farsi carico prima del problema?

Dovrebbe esistere una politica di migrazione e accoglienza comunitaria: tutti gli Stati membri dovrebbero fare la loro parte in base al loro Pil, le dimensioni della popolazione, il tasso di disoccupazione e i dati statistici rispetto al numero di richiedenti asilo e quelli “ricollocati”. Non c’è altra soluzione.

Ancora oggi decine di migranti sono stati fermati alle frontiere austriache e rimandati in Italia. A Vienna i ministri dell’Interno Johanna Mikl-Leitner e della Difesa Hans Peter Doskozil hanno sostenuto che “non ci sono motivi per un cessato allarme” e temono che si riapra la rotta che passa per l’Italia e per l’Austria. Lei che è stata anche ministro degli Esteri, teme nuove ondate migratorie difficili da gestire?

Mi auguro che il meccanismo messo in atto dall’Ue aiuterà a gestire al meglio le ondate di nuovi arrivati anche se sappiamo bene che sarà un’impresa difficile. La Commissione ha appena presentato una “Comunicazione in Materia di Migrazione” che, se accettata dagli Stati membri e dal Parlamento europeo, porterebbe finalmente ad una politica migratoria comune. Sarebbe un enorme passo avanti, ma purtroppo ci vorrà ancora tempo.

Lei ha lavorato all’Onu, prima che nel suo Paese e a Bruxelles. Come è possibile evitare che l’immigrazione massiccia che abbiamo visto negli ultimi mesi, sfoci in episodi di violenza contro le donne come quelli visti a Colonia o, peggio, nel fiancheggiamento al terrorismo di matrice islamica? Esistono forme di prevenzione?

Parlando delle Nazioni Unite, vorrei sottolineare che questa crisi di rifugiati, di dimensioni mai viste prima, ha la sua radice principalmente nella guerra in Siria e nelle azioni del Daesh. Questo è, a mio parere, non è solo un problema per il Medio Oriente e in Europa, ma un problema globale che necessita di una soluzione globale. il mio suggerimento è che  l’Onu, insieme con l’Unhcr, riunisca una conferenza globale a cui partecipino tutti gli stati e le grandi potenze al fine di assegnare i  rifugiati, in modo proporzionale secondo la dimensione degli Stati.

Pensa davvero che sia possibile?

Se ciò e’ stato possibile durante la Seconda guerra mondiale perché non è possibile in questo momento? Paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, alcuni paesi dell’America Latina e altri potrebbero di fatto accogliere molti più rifugiati. Per quanto riguarda la minaccia della violenza contro le donne e per evitare che i migranti e  rifugiati sponsorizzino il  terrorismo fondamentalista dobbiamo iniziare immediatamente la loro integrazione nella nostra società, partendo da corsi di lingua, da corsi sui nostri valori e tradizioni. I rifugiati devono imparare ad adattarsi alla nostra democrazia, ai nostri diritti umani, alla libertà di espressione, alla parità di genere, ecc… Un tentativo questo che non avrà effetti positivi immediatamente, ma serve a chiarire l’adesione dei rifugiati ai nostri standard e valori.

Di fronte all’avanzare del terrorismo fondamentalista, pensa che l’Europa stia reagendo nel modo giusto?

Questa è certamente la sfida peggiore che ci troviamo ad affrontare dalla seconda guerra mondiale. L’Europa deve trovare un punto d’incontro, lavorare per una politica estera e di sicurezza comuni e cooperare con le altre nazioni democratiche nella lotta ai terroristi su tutti i fronti.

Nel ruolo di Commissario europeo, il 24 luglio del 2007, è stata a bordo dell’aereo della Repubblica francese che volò in Libia per prendere le cinque infermiere bulgare e un medico palestinese che erano state imprigionate per otto anni, avrebbero scontato l’ergastolo e forse oggi, non fosse stato per voi, sarebbero morte. Lei aveva “preparato” quella liberazione.

Ho  negoziato per 2 anni  e mezzo con l’appoggio degli Stati membri Ue. Quando i negoziati con la Libia si sono conclusi con successo, in nome dell’Ue il presidente Nicholas Sarkozy ha chiesto all’allora moglie, Cecilia, di andare in Libia per riportare i prigionieri indietro. Naturalmente ho accompagnato la signora Sarkozy con l’obiettivo di vederli. Vorrei cogliere l’occasione per esprimere la mia gratitudine all’Italia e ai medici dell’Ospedale “Bambino Gesù di Roma” che molto generosamente hanno assistito i bambini affetti da Aids.

Che Paese era, allora, la Libia? Pensa che l’attacco a Muhammar Gheddafi sia stato giusto?

La Libia ha sempre avuto una struttura tribale, tuttavia il dominio autocratico di Muammar Gheddafi, e’ riuscito a creare una coesione tra le tribu’, mentre oggi  vediamo una lotta per il potere tra di loro che è molto pericolosa  per tutto il paese e per gli stati confinanti.

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