L’opposizione delle donne siriane ad Assad. Il mio articolo su ‘Il Tempo’

hind.kabawat.abboundC’è Hind, che è cresciuta lungo una strada citata nel Vangelo, alle porte di Damasco, che tratta ogni giorno coi capi della guerriglia, musulmani. Poi c’è Alise, che divide la sua vita tra il “prima” e il “dopo” di quella notte che la costrinsero a “dormire” in una cella <piena di cadaveri di uomini e donne morte per le torture>, sperando di convincerla così a confessare di essere una terrorista.  Eppoi c’è una donna che oggi vive in un campo profughi, a qualche chilometro da dove è cresciuta, perché hanno distrutto la casa della sua famiglia e che si chiama Souheir. Con loro c’era anche Basma, che insegnava Scienze Politiche, e vede il radicalismo che cresce dappertutto. Tutte con qualche settimana – almeno – di carcere alle spalle, hanno raccontato le loro storie non facilissime eppure fiere, determinate, eleganti nel modo di esprimersi davanti alla presidente della Camera, quando rispondono alle domande rivolte loro dai deputati, dal personale diplomatico che le ha accompagnate nel loro giro di incontri.

Sono le donne che rappresentano l’opposizione siriana al regime di Bashar al-Assad, che sembrano venute in Italia per darci una lezione, oltre che per offrirci una via d’uscita rispetto all’ “invasione”  dei profughi.

Il messaggio forte che viene dalle donne dell’opposizione siriana è che, in presenza di un “nemico”, anzi un “pericoloso tiranno” come il “fondamentalismo, si può e si deve soprassedere alle differenze religiose e agli orientamenti politici delle diverse fazioni. La discussione sul futuro del Paese, insomma, deve lasciare spazio, oggi, alla battaglia comune contro “il califfato”.

La “lezione” siriana è stata ribadita giovedì  davanti alla Commissione Esteri della Camera dalle sei donne rappresentanti del Women’s consultative group costituito dall’opposizione siriana, che, come ha sottolineato anche il presidente Fabrizio Cicchitto, riunisce “diverse componenti politiche e confessionali, donne sunnite, druse, cristiane e aconfessionali”, cioè personalità di religione e con una storia politica molto diversa. All’audizione informale delle sei rappresentanti invitate nel nostro Paese da Staffan De Mistura, è emerso un accordo di fondo: “Daesh, insomma l’Isis, è un pericolo enorme, reale, e bisogna fermarlo prima che sia troppo tardi…”. Al di là della comune volontà politica espressa, le rappresentanti-donna dell’opposizione siriana hanno invitato l’Occidente a costruire insieme un “percorso” che porti fuori il loro Paese da una crisi che sta alimentando un’ondata biblica di rifugiati e sta provocando una delle più gravi crisi umanitarie viste dal Dopoguerra in poi. Una, Hind Kabawat, è un avvocato e un’attivista cristiana. “Sono nata appena fuori Damasco, in un quartiere cristiano, un luogo citato ripetutamente nel Vangelo. Abbiamo sempre convissuto con i musulmani, non abbiamo mai avuto nessun problema”, racconta. Quello che ha in testa è la “pacifica convivenza” tra le religioni, cosa che già ci sarebbe all’interno del fronte delle opposizioni al regime.  “Ci confrontiamo ogni giorno con i gruppi della guerriglia che sono islamici, anche loro non ce l’hanno con noi, ma con il regime. Prima di Assad le cose andavano bene, vorrei tornare a cinquanta anni fa, quando il presidente della Siria era un cristiano”, aggiunge la signora, che partecipa al tavolo delle trattative. Souheir Attassi, invece, è una sunnita di orientamento secolare che è stata anche parlamentare; come Bassma Kodmani, pure lei sunnita, anche lei membro del tavolo per la pacificazione del suo Paese. “La via d’uscita perseguita dalle opposizioni è la creazione di un tavolo negoziale che possa garantire, accanto alla continuità delle istituzioni, sicurezza e stabilità”, spiegano. “L’obbiettivo è una nuova Costituzione da scrivere anche con l’apporto dei  curdi e, insieme, la formazione di un governo provvisorio di transizione realizzato con l’accordo, inevitabile, tra gli esponenti dell’attuale regime e le forze dell’opposizione. Un traguardo che sarà possibile raggiungere solo attraverso una piena assunzione di responsabilità della comunità internazionale: ecco perché siamo qui in Italia”, spiega la nostra “ospite” che viene dalla Siria.

Le altre componenti della delegazione sono l’insegnante drusa Alise Moufarej e la giornalista Samira Almasalmah. “Oltre alla necessità di attuare il cessate il fuoco tra le fazioni, oltre gli indispensabili aiuti umanitari, è necessario risolvere il problema detenuti nelle carceri del regime”, denuncia la prima, che si autodefinisce “militante di sinistra”. E’ lei a snocciolare numeri drammatici: “Ci sono luoghi di detenzione illegali. Duecentomila persone sono detenute in modo arbitrario, tra cui moltissime  donne, almeno 4800 sono le donne e almeno sessanta morte sotto tortura”, aggiunge la rappresentante dell’opposizione siriana, citando dati in suo possesso. “E ancora: 1800 detenuti sono minorenni e di essi 169 sono morti per le percosse. Lo so perché li ho visti. Sono stata imprigionata due volte e l’ultima mi hanno costretto a trascorrere una notte dietro le sbarre, in mezzo alle salme, sperando che così confessassi di essere una terrorista…”, racconta. Anche per questa ragione per le donne siriane è urgente una risoluzione che autorizzi la Croce Rossa ad entrare senza preavviso nei centri di detenzione. Oggi si sono messe tutte insieme, attorno al tavolo del Comitato per la negoziazione interno all’opposizione al regime di Assad per scongiurare che possano prevalere i “movimenti islamici radicali”. I quali, oltretutto, nemmeno vorrebbero vedere persone di sesso femminile “legittimate”, coinvolte in un processo politico. “Repressione, uccisioni, terrore ed economia azzerata” sarebbero “le cause della fuga” delle centinaia di migliaia di rifugiati che approdano, per vie diverse, ai terminali dell’Europa. “Noi oppositori di Assad e voi Paesi europei dovremmo marciare nella stessa direzione”, chiedono (quasi) in coro. Ricostruire la stabilità del Paese-Siria fermerebbe l’esodo biblico verso l’Europa, forse costerebbe meno che accogliere tutti.  Samira, licenziata dal suo posto di vicecaporedattore in un quotidiano perché donna e ostile ad Assad, se la prende anche coi media: “Che rappresentano la situazione siriana come un duello tra il regime e Daesh, ignorando, invece, che esiste una opposizione democratica, che deve e può essere coinvolta”. Le donne muovono una forte critica a quella parte dell’Occidente – e alla Russia -, secondo cui: “Assad è meglio di Daesh”. In questo modo, dicono,  “voi Occidentali venite meno a un principio base di quelli che ci hanno insegnato a scuola:  non c’è un criminale migliore di un altro criminale, è sbagliato dover scegliere tra l’uno l’altro”.

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