L’intervista su migranti e Europa a Dunja Hayali, giornalista tedesca figlia di cristiani iracheni

Dunja Hayali 2Dunja Hayali certo non passa inosservata, specie sul piccolo schermo, in Germania. Non è soltanto una giornalista famosissima e molto stimata per i suoi coraggiosi reportage, ma anche una donna che ha una particolare sensibilità, essendo una cittadina tedesca figlia di cristiani iracheni di Mosul. Sua madre è cattolica caldea cristiana , il padre è un cristiano ortodosso siriano. Lei, che conduce diverse trasmissioni alla tv senza il look compassato cui ci hanno abituato i mezzibusti europei, è  anche una paladina dei diritti lgbt da quando ha fatto outing. Tra le tante cose che è riuscita a fare “per prima” c’è quella di avere impedito per mezzo di un tribunale ai suoi “odiatori” di offenderla e insultarla su Facebook. Oggi, fresca di un reportage dai campi dell’Iraq, avverte che “se l’Europa non farà qualcosa per quell’area disastrata, partiranno altre migliaia di profughi…”.

Qualcuno sostiene che quella dei rifugiati in fuga dalla Siria sia la più grande tragedia umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale: che idea si è fatta lei, dal suo osservatorio?

“Che è proprio così. E’ il più grande disastro ad oggi visibile e percepibile, anche se non l’unico. Che dire del popolo iracheno, Yemenita o ancora di quello  Libico … e che dire di tutte le altre persone in fuga per anni e decenni  da  siccità, inondazioni, guerre civili e   supremazia di tiranni e dittatori?”.

Ecco, appunto. Lei proviene da una famiglia di cristiani iracheni: è giusto che l’Europa si faccia carico di tutti i rifugiati che stanno muovendo verso Occidente? Non c’è il rischio che questo diventi un dramma per l’Europa?

“Il vero dramma è che un  Continente con oltre 500 milioni di abitanti non sia in grado di  aiutare le persone più bisognose. Noi non li stiamo aiutando: possiamo forse dire che lasciando le loro case, le loro famiglie e le loro radici i rifugiati oggi possano sentirsi veramente sicuri? No”.

Il cancelliere Angela Merkel ha annunciato di voler aprire le frontiere a tutti, poi è stata costretta dai fatti di Colonia a una parziale marcia indietro: come stanno vivendo oggi i tedeschi la questione dei rifugiati?

 

La cancelliera Merkel ha reagito ad agosto 2015  rispetto alla situazione in Ungheria. Non posso giudicare se le sue  dichiarazioni fossero corrette o meno, ma posso dire che nel mio viaggio in Iraq a Maggio  molte persone hanno  affermato che  se la situazione non migliora nei campi, presto vedremo ancora più flussi verso l’Europa…”.

L’eccessivo numero di rifugiati e la mancata integrazione hanno causato anche problemi di ordine pubblico, specie alle donne, come a Colonia, appunto. Come vanno oggi le cose?

“Colonia è molto cambiata. I toni, dopo i terribili incidenti di Capodanno, sono stati inizialmente forti, ma anche onesti. E’ stato giusto e importante discuterne, perché l’unico modo in cui una società può esistere e durare è quella di  essere coinvolti nei cambiamenti che la riguardano. Oggi c’è meno tensione, ma ciò non significa che i problemi siano stati superati, nè per noi, né per gli immigrati”.

 Lei è una giornalista; ritiene che sia corretta l’interpretazione che i media stanno dando di questi fenomeni?

“Qualunque sia il mezzo di comunicazione utilizzato c’è un principio fondamentale da seguire ed è quello di comunicare la realtà dei fatti, dire cosa funziona e cosa no.  Questo credo sia anche l’unico modo che conosco per cambiare le cose. Dobbiamo  mostrare entrambe le facce di una medaglia, nel bene e nel male”.

Per mesi, c’è stata poca attenzione al fenomeno dei migranti, che sono stati considerati solo un problema dei Paesi del Sud del Continente…

“Nessuno avrebbe potuto immaginare che l’afflusso sarebbe durato per mesi. Quasi nessuno poteva immaginare cosa questo poteva  significare  in realtà. I media hanno impiegato un bel po’ per comprendere la vera dimensione del fenomeno.  Chi di noi lo aveva già vissuto? Molto pochi. Comunque, ripensando ad agosto scorso, a quell “fiume di persone”, voglio sottolineare la grande cordialità e disponibilità dei tedeschi”.

Buona parte di coloro che si presentano oggi alle frontiere europee come rifugiati sarebbero in realtà migranti economici; è giusto, per questi ultimi, procedere coi cosiddetti respingimenti?

“Dal punto di vista umano….ciò è disumano. Io credo che non possa essere negata la possibilità,  ai cosiddetti “rifugiati economici” in cerca di felicità e di un future migliore di poter rincorrere il loro sogno.  Ma è altrettanto chiaro che non possiamo accogliere il mondo intero”.

 Lei ha una lunga storia di battaglie contro le discriminazioni; resistono ancora oggi, qui in Europa?

“Se guardiamo la mappa politica dell’Europa, si assiste ad uno spostamento verso il “diritto”. Se questa è la direzione giusta, non lo so. Ma so che dobbiamo essere attenti al problema”.

 L’informazione oggi si può fare con uno smartphone e nient’altro: questa evoluzione delle tecnologie che trasforma ciascuno in un potenziale “inviato” o “testimone” sta democratizzando il sistema dell’informazione o, al contrario, sta diminuendo il suo livello qualitativo e le garanzie per i fruitori delle notizie? 

“Rapido non è sempre sinonimo di efficace. L’esperto di Media  Bernhard Pörksen afferma che ognuno è vittima e target dei digital  media, con un incontrollabile e rapidissmo effetto boomerang.  Pertanto io cerco di non lasciarmi guidare da queste dinamiche. E questo significa anche che mi  prendo il tempo per la ricerca e per esaminare le fonti. Certo, poi gli errori si fanno ugualmente, ovviamente”.

 Per  mesi in Italia si è discusso sull‘introduzione delle unioni civili che si ispirano al modello tedesco: hanno funzionato nel Suo Paese? Sono riuscite a risolvere le problematiche che, sino a quel momento, incontravano le coppie omosessuali?

“Non le saprei dire. Però penso che in linea di principio  ognuno debba avere gli stessi diritti. Non importa da dove viene, ciò in cui crede o chi egli ama. La dignità dell’uomo è inviolabile”.

 Tra le nuove forma di violenza, fa molto discutere – perché ancora più difficile da controllare delle altre – il cosiddetto cyberbullismo. Lei ne è stata vittima ed è riuscita ad ottenere garantita la sua sicurezza on line, visto che il Tribunale di Amburgo farà pagare 250mila euro a chi la insulta: come ci è riuscita?

“Sto cercando di risolvere la questione che richiede tempo. Non è tanto il contenuto, bensi i pregiudizi e gli insulti che sono stati usati. Chi supera un certo limite dovrà confrontarsi con il mio avvocato. Sono per la libertà di parola ed espressione ma tutto ha un limite e deve rientrare nei limiti legali”.

 In cosa le leggi europee sono a suo avviso carenti, sul tema?

 “E’ un parodosso che  alcune aziende americane detengano il controllo sulla libertà di espressione europea… Certo, nessuno ci costringe a usare Twitter o Facebook.  Ma credo nel  nostro sistema giudiziario che tutelerà i nostri diritti”.

  Lei ha ricevuto una standing ovation per il suo intervento alla “telecamera d’oro”. Che cosa ha detto per conquistarsi una platea di giornalisti ed altri operatore del settore?

Ho affermato che la libertà di espressione è un bene prezioso, che ciascuno deve poter esprimere le proprie  paure e preoccupazioni, ma chi esprime giudizi xenofobi deve essere chiamato per quello che è: un razzista. Non bisogna distorcere le parole”.

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